

115. Il sindacalismo rivoluzionario.

Da: M. L. Salvadori, Storia dell'et contemporanea, Loescher,
Torino, 1976.

Il revisionismo di Eduard Bernstein (vedi lettura 112) fu accolto
dalle aspre critiche dei marxisti ortodossi come Karl Kautsky,
Rosa Luxemburg e il giovane Lenin, i quali replicavano che i
conflitti di classe non avevano affatto perso d'intensit e che le
riforme non avrebbero comunque potuto intaccare il modo di
produzione capitalistico. Dalla crisi del marxismo, alle prese con
l'analisi dell'imperialismo mondiale, emerse e si afferm in
Francia e in Italia, come spiega in questo brano lo storico
italiano contemporaneo Massimo Salvadori, il movimento dei
sindacalisti rivoluzionari, ispirati e guidati dall'intellettuale
francese Georges Sorel. I sindacalisti, partendo dalla critica
ai partiti socialisti, accusati di appartenere ormai al sistema e
ai parlamenti borghesi, affermarono che solo la violenza
proletaria e l'azione di massa, esercitate con lo strumento dello
sciopero generale, potevano abbattere il capitalismo e riportare i
mezzi di produzione nelle mani degli operai.


Contro Bernstein si mossero, fra gli altri, Kautsky, Rosa
Luxemburg [socialista tedesca, usc in seguito dal partito
socialdemocratico, fondando nel 1918 quello comunista], Plechanov
[Georgj Valentinovic Plechanov, fondatore del partito
socialdemocratico russo] e il giovane Lenin. Karl Kautsky (1854-
1938), che svolgeva il ruolo di teorico ufficiale del partito
tedesco [ma in seguito avrebbe criticato la rivoluzione d'ottobre
leninista], attacc le tesi di Bernstein, contrapponendo ad esse
quella secondo cui il grande capitale pi che mai dominava
l'intero tessuto sociale e i conflitti di classe non andavano
affatto perdendo d'intensit, anzi erano destinati a inasprirsi;
sicch il Partito socialdemocratico doveva pi che mai restare il
partito della rivoluzione sociale e perseguire l'obiettivo della
presa del potere all'infuori di ogni coalizione con i democratici
borghesi.
Rosa Luxemburg, che si rivel a livello internazionale proprio in
questa polemica, ribatt a Bernstein che le riforme non sono in
grado di modificare l'essenza del potere capitalistico e lo
sfruttamento come sua condizione, e che quindi esse non possono
venir contrapposte alla rivoluzione, che ne  la necessaria
conclusione.
Il dibattito sul revisionismo rivelava in realt le difficolt che
l'accelerazione dello sviluppo capitalistico dopo il 1895-'96
creava nel movimento socialista internazionale e l'urgenza di
ridefinire di fronte ad esso la strategia dei partiti operai.
Al di fuori intanto della teoria marxista, anche se in
collegamento con essa, un altro pensatore, Georges Sorel (1847-
1922), affrontava la questione della crisi del marxismo
esercitando una notevole influenza intellettuale su quel settore
del movimento operaio, nato in Francia e sviluppatosi poi anche in
Italia, che si definiva sindacalista rivoluzionario. I
sindacalisti guardavano con diffidenza e ostilit all'azione dei
partiti socialisti, che accusavano di essere diventati una
componente del sistema borghese e parlamentare e di non essere in
grado di far sentire direttamente la voce e i bisogni della classe
operaia. Per essi solo il sindacato, unica autentica
organizzazione proletaria, poteva guidare l'azione rivoluzionaria
delle masse e il loro intervento diretto nelle lotte sociali,
purch avesse un'ideologia rivoluzionaria. Non le campagne
elettorali potevano segnare la marcia del proletariato, bens gli
scioperi, e soprattutto gli scioperi generali, che fanno sentire
agli operai la forza immensa che loro deriva dall'essere il
pilastro della produzione. La rivoluzione sociale sarebbe
risultata dall'intensificazione dell'azione di massa degli operai
e dall'assunzione nelle proprie mani dei mezzi di produzione.
Sorel divent il filosofo del sindacalismo rivoluzionario. Con una
cultura politica che utilizzava insieme Marx e Proudhon [Pierre-
Joseph Proudhon, antesignano dell'anarchismo], che era quanto mai
sensibile al richiamo di Bergson, all'importanza della volont e
della coscienza creatrici, egli critic aspramente
l'infiacchimento parlamentare dei partiti socialisti trasformati a
suo avviso sempre pi in macchine elettorali e burocratiche tese a
piccole concessioni; e predic il mito della violenza proletaria,
cio la necessit che gli operai acquistassero una fede
concretamente operante nella propria capacit e nell'uso della
propria energia.
La borghesia - scriveva nella sua opera Riflessioni sulla violenza
(1908) - ha fatto uso della forza sino agli inizi dei tempi
moderni, mentre il proletariato reagisce adesso con la violenza
contro di essa e contro lo Stato.
Il ruolo delle avanguardie proletarie consisteva, secondo Sorel,
nel trasformare la passivit delle masse in presa di coscienza
attiva dell'importanza storica del proprio mezzo di liberazione
per eccellenza: lo sciopero generale.
